Capitolo 1
Gli occhi di ghiaccio fissarono attenti il camion che accostò al marciapiede, lungo la strada. Seguirono vigili gli operai nelle tute da lavoro mentre scaricavano mobili e scatoloni e percorrevano avanti e indietro il vialetto selciato. Per ore osservarono assi, sedie, tavoli e scatole, materassi e cuscini colorati sparire all’interno della villetta.
Le orecchie tese, il gatto non si mosse dal muretto di cinta che separava i due giardini, accoccolato e attento, come se il viavai inaspettato lo preoccupasse. Controllò ogni spostamento e solo quando intuì che tutto si stava per concludere, si alzò, stiracchiò le zampe e incurvò la schiena, arcuò la coda e sbadigliò. Annoiato si raggomitolò ancora sui mattoni sgretolati.
La macchina rombò all’improvviso lungo la strada tranquilla, a velocità sostenuta. Le gomme stridettero nella sterzata e con una frenata brusca, l’auto parcheggiò sull’erba del giardino, proprio accanto a lui.
Scesero un uomo e una donna. L’uomo controllò l’interno del cassone. La donna si diresse verso la casa e scambiò qualche parola con uno degli operai.
La coda inquieta e ondeggiante, il gatto li osservò con sospetto. Subito dopo, dalla portiera posteriore uscì a razzo un bambino.
Voglio vedere la casa nuova! gridò zigzagando lungo il vialetto, fra gli operai, e passò accanto alla madre che si era fermata di colpo per non essere travolta.
Le orecchie del gatto si tesero all’indietro, diffidenti. Scattò sulle zampe per saltare giù dal muro; esitò solo un attimo per un ultimo sguardo alla porta che aveva inghiottito il moccioso, e dalla portiera ancora aperta, emersero due gambe affusolate che calzavano un paio di stivali neri.
Con un sorriso luminoso che mostrò i denti ben fatti, la ragazza si voltò subito verso il muro. Il gatto si smarrì nelle fossette sulle guance lentigginose.
Micio, micio gli mormorò accostandosi. Micio ripeté e allungò la mano per accarezzargli la schiena. Lui si arcuò e lasciò che le dita sottili corressero sul lungo pelo lucido e nero, avanti e indietro.
Che bel micio che sei disse ancora. Lo sollevò e lo strinse fra le braccia, lo accostò al petto e si avviò verso la casa.
Mamma guarda cos’ho trovato?
La donna si voltò, gli occhi sgomenti.
Mariasole, dove hai preso quel gatto?
Qui fuori. Gli strofinò la faccia sul muso peloso. Posso tenerlo?
Nemmeno per sogno. Lo sai che non sopporto gli animali. Il gatto guizzò fra le braccia profumate. E poi avrà già un padrone: non vedi che ha il collarino? Lascialo andare le ordinò indicando il giardino.
La ragazza mollò la stretta. L’animale atterrò sul parquet dell’ingresso con un tonfo sordo, le lanciò uno sguardo di ghiaccio, poi si allontanò svelto e sparì al di là della porta.
Mariasole osservò gli scatoloni accatastati contro la parete della camera. I mobili erano già stati montati e disposti nella giusta posizione. Rimanevano da sistemare gli oggetti sulle mensole, i maglioni nei cassetti e i vestiti nell’armadio.
La finestra era ancora priva di tende e dalle imposte accostate, filtrava la luce del pomeriggio. Un albero mosso dal vento spostava le ombre dentro la stanza creando giochi sinuosi di chiaroscuri. Il desiderio di scoprire cosa si vedesse, la spinse ad accostarsi al vetro. Spalancò la persiana, strinse le palpebre e guardò in basso.
L’astigmatismo all’occhio sinistro da qualche tempo era diventato un problema. Avrebbe dovuto usare più spesso gli occhiali, ma quando si guardava allo specchio, non si piaceva e allora, se poteva, preferiva lasciarli riposti nella custodia.
Osservò il muretto sgretolato che divideva il giardino della loro villetta da quello dei vicini. La pianta artefice dei giochi d’ombra cresceva al di là del muro.
Cercò fra le finestre della casa di fronte un segno di vita.
C’è un gatto, ci deve essere per forza un padrone.
L’animale infatti, dormiva rannicchiato sullo zerbino, sotto il portico. Ma pareva proprio che nella casa non ci fosse nessuno. Le persiane erano quasi tutte chiuse. E quelle aperte mostravano pesanti tende che non permettevano di sbirciare.
Il giardino era spoglio, però l’erba era tagliata. Non c’erano fiori, non c’erano vasi e ornamenti, ma pur con la forte sensazione di silenzio e solitudine che le giungeva, l’edificio non le rimandava l’idea di una casa abbandonata, anche se, in mezzo a tutte quelle villette del viale, con i giardini curati e pieni di aiuole fiorite, creava un grigio contrasto che le suscitò un’angoscia inquietante.
Aveva una struttura diversa e rispetto alle altre abitazioni era molto più antica. Era stata rimodernata: si capiva che il portico che correva sul lato della strada e su quello dirimpetto alla loro villetta, era stato aggiunto sicuramente di recente, perché il legno che sosteneva la tettoia non era ancora annerito dal tempo, ma la pietra scura della facciata era corrosa, e tutta la costruzione nell’insieme, appariva tozza, semplice e funzionale, come un piccolo maniero.
Mariasole scosse la testa e tornò con lo sguardo al gatto addormentato sullo zerbino. Corrugò la fronte e arricciò le labbra contrariata.
Se c’è un gatto, c’è un padrone.
Chiuse il vetro con decisione e raggiunse il primo scatolone. Strappò il nastro adesivo e iniziò a sistemare gli oggetti sulle mensole.
Il loro arrivo è un problema.
Sono rumorosi, e sono troppi.
Poi c’è un bambino. Preferivo i proprietari precedenti: non ne avevano. I bambini non mi piacciono, sono troppo curiosi.
Infilai gli artigli delle zampe anteriori nel tessuto soffice dello zerbino.
Lei però è profumata. Sentii il pelo sulla schiena che si gonfiava e mossi la coda.
Come l’ha chiamata la madre? Ah, sì: Mariasole...
Chiusi gli occhi sulle pupille sottili e cercai di ignorare il fremito che mi correva lungo la spina dorsale.
Il rumore della finestra richiamò la mia attenzione.
È lei.
La osservai senza che si accorgesse che la stavo fissando, interessata com’era alle finestre della casa.
È bella.
E poi ha un buon odore.